SISMA.12

Una volta tanto, per favore, smentiteci!

Quando il 26 Aprile abbiamo ufficializzato la nostra assenza al “laboratorio” sul destino della Sanità della Bassa avevamo espresso dei seri dubbi sulla affidabilità dei sindaci che, stando all’iter del Percorso, avrebbero dovuto essere i nostri portavoce presso la Conferenza Territoriale Socio-Sanitaria.
Anche questa volta i Sindaci dell’Area Nord non ci hanno voluto smentire e, nella conferenza stampa convocata ieri hanno ufficializzato lo stravolgimento del percorso stabilito da mesi, annunciando la loro partecipazione all’incontro (in pratica delle guest stars) e dettando gli ambiti degli argomenti all’interno dei quali i cittadini potranno fare le loro proposte.
Un percorso aperto, “al pari di quello per la ricostruzione post Sisma”, come è stato dichiarato dai Sindaci alla stampa.
In altre parole: compriamo insieme una macchina nuova e, come cittadini, mettiamo noi i soldi ma possiamo disquisire solamente se mettere, o meno, l’accendisigari.
Proprio una Partecipazione Sana. Non c’è che dire.

Comitato SISMA.12

Bassa Modenese, 4 maggio 2016

Cambia la forma ma la sostanza resta la stessa.

Sabato 7 maggio, a Camposanto, si terrà il “Laboratorio Pubblico di Progettazione”; secondo step del Percorso Partecipato sul futuro della Sanità della Bassa Modenese.
Come Comitato SISMA.12 siamo stati tra i pochi che hanno fortemente voluto un dibattito pubblico su questo tema,
perché crediamo che una corretta gestione della Cosa Pubblica non possa prescindere da un continuo confronto tra Amministratori e Cittadini.
Però le modalità con le quali questo percorso è stato strutturato poco hanno a che vedere con un confronto serio e costruttivo. E noi non siamo tra quelli che pensano che “piuttosto” sia sempre meglio che “niente”.
Già, perché un confronto prevede la presenza di due parti che espongano le proprie idee e, almeno, il tentativo di giungere ad una soluzione condivisa.
L’assenza di Ausl e Regione al dibattito la dice lunga sulla volontà di mettere in discussione le decisioni già prese e la evidente indifferenza dei Sindaci dell’Area Nord rispetto a questo percorso partecipato
o l’ostilità rispetto al recente referendum sull’Ospedale di Mirandola, non li identifica come i migliori “portavoce” cui dover affidare le proposte dei cittadini.
Il fatto che poi queste proposte debbano essere “valutate” dalla Conferenza Territoriale Sociale e Sanitaria, composta dai sindaci della Provincia di Modena
che hanno già votato alla unanimità l’attuale PAL, mette la parola fine a qualunque aspettativa di obiettività.

Insomma: ancora una volta abbiamo avuto la dimostrazione che queste Amministrazioni ritengono
che i cittadini possano soltanto approvare le decisioni prese: unica opzione possibile è la quantità di entusiasmo con cui applaudire.
Non ci siamo mai prestati a queste prese in giro e non lo faremo neppure questa volta.

Comitato SISMA.12
NB La nostra posizione sul destino della Sanità nella Bassa Modenese è nota e comunque reperibile qui.

Favola della buonanotte, raccontata ad un “italiano medio”.

Sembra che sul nostro pianeta inizino ad esserci troppe persone e questo comporti una pressione insostenibile per il pianeta stesso.
In laboratorio la vita di una popolazione (anche di semplici batteri) segue un andamento curvilineo contraddistinto da una fase di crescita, seguita da un picco e da una fase di decremento.
In natura l’equilibrio è mantenuto da fattori esterni come, ad esempio, la presenza di predatori.
Noi “umani” avevamo demandato questo compito alle “guerre”.
Poi si è visto che le guerre tradizionali colpivano, anche se in modo diseguale, poveri e ricchi e, dato che quando e a chi fare la guerra lo decidono quelli che comandano, si è provveduto a spostare lo scenario delle guerre nei Paesi poveri, dando vita a quei conflitti locali che, dalla fine della seconda guerra mondiale, non sono mai mancati neppure un giorno e grazie ai quali l’economia dei paesi ricchi è diventata sempre più florida.
Ma il problema dell’aumento della popolazione si ripresenta anche all’interno dei singoli Stati “Avanzati” i cui bilanci, secondo l’FMI, sono a rischio per l’allungamento della vita dei cittadini.

Come debellare questa ulteriore minaccia?
Ma è semplice: attuando “ Le Riforme”!

E quindi ecco la “razionalizzazione” e la progressiva privatizzazione del SSN, in modo da consentire l’accesso a cure di qualità solo a chi sarà in grado di pagarsele, con una diminuzione della vita media in buona salute della popolazione ed un contemporaneo vantaggio per assicurazioni e laboratori privati.
E poi l’ aumento dell’età pensionabile; in modo che quelli che avranno un lavoro paghino più a lungo i contributi per una pensione di cui usufruiranno per meno tempo.
Geniale.
L’unico punto debole è che in teoria, in un sistema democratico rappresentativo, i cittadini potrebbero rovinare tutto votando le persone sbagliate.
E allora si riformano le Istituzioni (Province, Senato, Sistema elettorale) in modo che i semplici cittadini partecipino sempre di meno alle decisioni e che, comunque, la loro volontà conti sempre meno, sacrificata sull’altare di una governabilità e di una stabilità che, di fatto, potremmo tradurre in inamovibilità di questa classe dirigente.

Se non sei uno di quelli che comandano, e non vuoi fare la fine di una pecora al macello, a capire il modo di come poter cambiare le cose devi sforzarti ad arrivarci da solo.
Buonanotte.

Sanità: ecco le nuove tendenze.

Ieri pomeriggio, a Modena, si è svolta la prima giornata del convegno “Costruire Salute per non Costruire Ospedali”. Il titolo poteva sembrare provocatorio ma, visto che l’introduzione al convegno era tenuta dal direttore dell’Ausl di Modena, dott. Annichiarico, era chiaro che non si trattasse di una iperbole: il titolo rispondeva esattamente alle intenzioni. Almeno nella parte che riguarda gli ospedali; specie qui nella Bassa.

Per cui, considerato che ce la stan menando tanto con le “modificate esigenze sanitarie della popolazione” ho voluto provare a capire quali sarebbero le attuali “tendenze” e quali “colori” andranno di più nelle prossime stagioni.

Per non dare adito a false illusioni anticipo subito che i bei toni accesi del “Creare Salute” rimangono solo uno spot, uno specchietto per le allodole confinato dietro alla necessità di incentivare “stili di vita salutari”, “fare movimento e mangiar sano” e con una attenzione marcata a slogan tipo “la salute è un dovere”.

( Avete presente la Lorenzin quando affermava che “In Campania non si muore per i roghi tossici ma per gli stili di vita scorretti” ? )

Insomma prossimamente il singolo non dovrà più farsi carico soltanto dell’onere economico del mantenersi in salute, ma anche di quello morale.

E se starai male vorrà dire che non sei stato previdente in precedenza.

Un concetto interessante e condivisibile è però stato espresso: il fatto che bisognerebbe tendere non tanto ad un prolungamento quantitativo della vita della popolazione ma a che gli individui possano vivere più a lungo in benessere: cioè sani ed autonomi.

Ma in Italia, secondo i dati dell’Eurostat, nel periodo 2004-2012 si è abbassata l’età in cui si inizia a ricorre alle cure mediche per problemi gravi.

In media se nel 2004 gli uomini si ammalavano a 69 anni e le donne a 71, nel 2012 gli uomini si ammalano a neanche 62 e le donne a 61. Al di sotto della media europea dove, nello stesso periodo si sono guadagnati due anni di salute passando da 61 a 63 anni.

Il fatto che l’Italia rimanga comunque un Paese longevo, in cui la durata della vita media è superiore a quella europea, dimostra che non si è di fronte a un mutamento antropologico: il problema è per lo più sociale, ed è noto come i disagi sociali (aumento della povertà, precariato, situazioni di forte stress lavorativo) influiscano sulle condizioni fisiche, senza parlare delle ovvie ricadute dell’inquinamento sulla salute della popolazione.

Ancora una volta i proclami vanno in direzione contraria rispetto alla realtà e per “creare salute” ci si limiterà alla pacca sulla spalla del medico di base che ci consiglierà di non fumare e di fare un po’ di moto. Niente che rischi di turbare l’attuale stato di cose.

Per il resto della collezione anche per la prossima stagione dominerà il grigio della compatibilità economica e del contenimento delle spese.

La solita zuppa.

Buone Nuove.

Wow! Con la primavera arrivano finalmente delle buone notizie!
Infatti sono stati stanziati 87 milioni per la sanità dell’Emilia-Romagna.
E Bonaccini, presentando il programma di investimenti alla stampa, ha affermato:
”Sono cantieri diffusi su tutto il territorio, che danno anche ossigeno all’edilizia, oltre a garantire strutture ospedaliere più belle, in qualche caso addirittura nuove”.

Interessante, perché nel contempo in EmiliaRomagna verranno soppressi 815 posti letto ospedalieri pubblici per adeguarci al dettato della ministra Lorenzin che porta i posti letto in regione dagli attuali 4,2 x 1000 abitanti a 3,7.
Di questi 87 milioni, di cui gran parte andrà a nuovi reparti di maternità, (c’è qualcosa che noi non sappiamo e che i nostri Amministratori dovrebbero dirci ?) 2 milioni saranno destinati ad interventi strutturali e sugli impianti dell’ospedale di Mirandola.
Verrebbe da pensare che, nella contingenza di una permanenza in ospedale, un paziente abbia come priorità la qualità e la rapidità dei servizi erogati e, proprio volendo esagerare, anche la vicinanza al suo luogo di residenza.
Evidentemente i dettami della nuova sanità privilegiano un muro verniciato di fresco.

Comunque non possiamo continuare a “rompere” per qualche posto letto in meno perché, se fossimo abbastanza attenti e diligenti, sapremmo che i nuovi criteri della AUSL Regionale prediligono la prevenzione alla cura con conseguente ospedalizzazione; fatto salvo che la solita ministra ha appena tagliato 203 prestazioni tra visite specialistiche, analisi ed esami di laboratorio rendendo piuttosto “complessa” una diagnosi precoce.
Quindi addio prevenzione. A meno di non fornire ciascun medico di base di una sfera di cristallo.
Ma questo sarà, forse, il prossimo stanziamento.
Semprechè i vetrai si facciano sentire.

Per uscire dalla inconsistenza politica

di Geoffroy de Lagasnerie, Le Nouvel Observateur 21/02/2016

Traduzione dal francese di Annalisa Romani

Il pensiero critico ha sempre stabilito come una delle sue questioni essenziali quella del presente. Ma è altrettanto vero che ci sono diversi modi di stabilire una diagnosi dell’attualità, di comprendere cosa ci succede e di reagirvi – ed è in questo spazio di dissenso che si apre il dibattito intellettuale. Anche se bisogna sempre diffidare delle dichiarazioni drammatiche, resta il fatto che tutto conduce a pensare che oggi viviamo un momento critico e che dobbiamo guardarlo in faccia. Siamo sottoposti a una situazione storica che ci obbliga a interrogarci in modo profondo su chi siamo, sui nostri modi di pensare, sulle nostre maniere di agire – sulla nostra mentalità.
IMPOTENZA
Se si dovesse connotare con una sola parola la situazione politica contemporanea e l’esperienza che ne abbiamo, utilizzerei il concetto d’impotenza. Da diversi mesi, perfino diversi anni, gli Stati mettono in atto, in quasi tutti gli ambiti, misure guidate da logiche che sappiamo essere pericolose, nocive o non etiche. Nonostante ciò abbiamo difficoltà a combatterle, o a orientare i governi verso soluzioni più accettabili. E non mancano esempi recenti: la gestione autoritaria e assurda del debito da parte degli Stati europei, specialmente in Grecia; la crisi dell’accoglienza dei migranti, che è sfociata nella restaurazione delle frontiere, dei muri e dei campi in Europa; la messa in atto, su scala mondiale, dei programmi di sorveglianza di massa e di controllo di internet; e per concludere l’instaurazione, tre mesi fa, dello Stato di emergenza in Francia. Nel fatto che gli Stati siano animati da logiche contro le quali ci battiamo non vi è sicuramente nulla di nuovo. Ciò che è specifico, invece, o che aumenta, è la nostra incapacità a influenzare il corso delle cose. Ogni qualvolta interveniamo, protestiamo, manifestiamo, questo sfocia sempre meno in trasformazioni effettive. Bisogna osservare il presente con lucidità. E non prendersi in giro, come a volte tendiamo a fare per non cedere a una forma di disperazione. È necessario partire dalla verità: da diversi anni, quando ci situiamo nel campo del progresso e dell’emancipazione, perdiamo le lotte. Sono tanti quelli che oggi vivono la loro vita politica all’insegna dello sconcerto e della tristezza. Come scrivevo a settembre su Le Monde, in un manifesto pubblicato con Edouard Louis (cfr. Manifesto per una controffensiva intellettuale e politica) fare l’esperienza della politica, per la maggior parte di noi, significa ormai sperimentare l’impotenza. In quanto intellettuali, artisti, scrittori, giornalisti, militanti ecc. non siamo certamente responsabili di tutto. Alcune responsabilità si situano a livello dei meccanismi della ragione di Stato, dell’autarchia del campo politico, delle ideologie diffuse attraverso il campo mediatico. Ma non possiamo fermarci a questo tipo di analisi. Se vogliamo uscire dalla nostra situazione d’impotenza e di ansia, è necessario procedere a un riesame del nostro rapporto alla politica. Mi chiedo, d’altronde, se non siamo così abituati a perdere da non interrogarci neanche più su questa situazione. Tematizziamo i nostri fallimenti come delle evidenze. Ed è per questo che dobbiamo politicizzare tale questione. Dobbiamo chiederci perché la politica emancipatrice sembra condannata a una forma d’impotenza – e in che modo questa situazione può essere cambiata.

Tre dimensioni essenziali.
1 Azioni
Pensare la nostra impotenza politica impone prima di tutto di riflettere sulle nostre modalità d’azione. traiamo troppo poco le conseguenze del fatto che lo spazio della contestazione è probabilmente uno dei più codificati della vita sociale: le contestazioni si svolgono secondo forme stabilite. Alcune istituzioni, installate solidamente, strutturano il tempo e lo spazio della contestazione democratica. Lo sciopero, la manifestazione, la petizione, il lobbying, il sit in, la disobbedienza civile, perfino la rivolta violenta, ecc. sono forme rituali e riconosciute. In pratica viviamo in un campo in cui l’espressione della dissidenza è già iscritta nel sistema e dunque in un certo senso programmata da quest’ultimo. Dobbiamo chiederci cosa facciamo nel momento in cui utilizziamo i modi istituiti della contestazione democratica. Stiamo agendo? O ci stiamo accontentando di protestare, di esprimere il nostro disaccordo – prima di rientrare a casa? Se le nostre proteste non cambiano nulla – o, in ogni caso, non hanno che in casi eccezionali degli effetti reali – questo non significa forse che le forme delle azioni tradizionali funzionano come trappole e trucchi della ragione di stato? Nel senso che quando vi ricorriamo abbiamo il sentimento di aver agito, mentre in realtà non abbiamo fatto niente di più che esprimere il nostro disaccordo. Queste forme, d’altronde, non sono consuetudinarie con il passare del tempo? Non hanno perso la loro efficacia? Se vogliamo mettere in crisi lo Stato non dobbiamo piuttosto inventare dei modi di protesta che sorprenderebbero lo Stato e che non sarebbero più prescritti dal sistema?
2 Tempo
Ripensare il nostro rapporto alla politica impone anche di riflettere in termini di strategia e di temporalità. Suggerisco l’ipotesi che se perdiamo le battaglie, forse è perché non cessiamo di situarci rispetto allo Stato e in funzione delle azioni dello Stato. Viviamo una tale epoca di regressione che la critica politica si limita spesso a reagire alle reazioni dello Stato. Noi ci costituiamo come gruppo politico rispetto a ciò che fa lo Stato. È quindi lo Stato che fissa i termini del dibattito, che fissa la temporalità politica, che fissa i soggetti di cui discutiamo. La critica si trova posta in posizione reattiva e secondaria. Per questa ragione lo Stato domina: ci si impone e, strategicamente, noi non siamo più capaci di imporci a esso. Potremo uscire dalla nostra situazione di de-possessione solo se trasformiamo il nostro rapporto al tempo. Bisogna trovare dei modi di resistere allo Stato senza reagire allo Stato. Dobbiamo fare attenzione a non situarci, sempre, rispetto allo Stato. Dobbiamo provare a sorprenderlo, a imporre il nostro ritmo, ad attaccarlo là dove non se lo aspetta, a far emergere dei temi ai quali non pensa… Insomma, bisogna instaurare una nuova temporalità politica.
3. Teoria critica
Infine, ed è forse il punto più importante, dobbiamo mettere in discussione il linguaggio, i modi di analisi che adottiamo e il modo in cui costruiscono il nostro rapporto agli avvenimenti. Se vogliamo inventare una nuova mentalità e uscire dal nostro stato di ansia, dobbiamo ridefinire lo spazio della teoria e della critica. La mia tesi è che le narrazioni dominanti, utilizzate per cogliere il presente, hanno tendenza a bloccare le nostre capacità di resistenza, invece di renderle vitali. La questione del vocabolario della critica mi interessa molto, fin dal mio libro su Foucault e il neoliberalismo: mi interrogo su che cosa significhi elaborare una critica non passatista del presente e quindi non reazionaria del neoliberalismo: come possiamo criticare il presente senza erigere il passato a norma e punto di riferimento di valore? Credo che la nostra impotenza politica contemporanea derivi dal fatto che, nella maggior parte degli ambiti, abbiamo difficoltà a proporre una critica integrale del passato e del presente – e dunque una critica immaginativa. Sarebbe sicuramente ingiusto affermare che un gran numero dei teorici critici sono passatisti. Ma è altrettanto legittimo rilevare che il modo in cui le operazioni di potere sono codificate ha come conseguenza che si arriva spesso a costituire come referenza positiva un ordine precedente o conosciuto che dovrebbe, invece, anch’esso essere messo in discussione. Nel vocabolario contemporaneo, le operazioni di potere sono pensate in termini negativi, come qualcosa che ritira qualcosa a ciò che è già lì: il potere demolito, distrutto, smantellato, soppresso, fragilizzato. Nelle analisi sul neoliberalismo, per esempio, la razionalità neo-liberale è presentata come ciò che produce un’erosione delle istituzioni, un indebolimento dei valori che precedentemente servivano come quadri collettivi (le leggi statali, il diritto del lavoro, le norme morali, il welfare state,) o ancora una distruzione di qualcosa come il Comune, lo spazio pubblico, il politico, ecc. tutte forme tradizionali costituite eo ipso come dei riferimenti positivi. Prendiamo un altro esempio: i programmi di sorveglianza di massa. La critica degli Stati e delle agenzie di informazione consiste spesso nel mettere in discussione la loro tendenza a “smantellare” le protezioni tradizionali della vita privata e nel “rimettere in questione” i limiti al potere dell’intrusione dello Stato, nelle nostre vite e nella nostra intimità. In questo modo queste “protezioni” e queste “limitazioni” funzionano come criteri che utilizziamo per caratterizzare la negatività della situazione attuale. La retorica che prendo in esame è in atto in Francia in questo momento, con i dibattiti sullo “stato di emergenza”. A partire dagli attentati di novembre il governo ha dichiarato “lo stato di emergenza”, che conferisce molti più poteri alla polizia, all’amministrazione, a scapito del potere giudiziario. È senza dubbio molto grave. Ma la critica si limita spesso a dire che queste decisioni creano un margine di arbitrio rispetto al diritto comune. Partendo da qui, resistere a queste misure porta a valorizzare il ritorno al diritto comune, a presentare il giudice tradizionale come il garante della libertà e il potere giudiziario come un’istanza protettrice. Quando si critica una situazione qualificandola come eccezionale, si ha la tendenza a voler ritrovare, e quindi a conservare, l’ordine normale che era lì in precedenza, quando invece è precisamente quest’ordine che bisogna attaccare: il diritto comune, in realtà, contiene probabilmente la stessa arbitrarietà dello stato d’eccezione, ma noi non lo vediamo. Non nego, ovviamente, che possano esistere delle “regressioni” e che talvolta il passato possa essere giudicato “migliore” del presente. Ma se vogliamo elaborare una nuova mentalità politica, allora dobbiamo far emergere altre narrazioni del potere. Dobbiamo rinunciare a concetti “negativi” come “demolizione”, “distruzione”, “riduzione”, “precarizzazione”, “eccezione” ecc. Questo vocabolario conduce logicamente a costituire come norma uno stato anteriore dei rapporti di potere, a partire dal quale si enuncia la critica. Si tratta di una sorta di critica molto particolare, che suppone come condizione di enunciazione di non criticare (o di non fissare più come criticabile) la situazione anteriore dei rapporti di potere. Se partiamo da qui perdiamo a poco a poco terreno: l’ordine passato, che criticavamo, diventa non solo il riferimento positivo, ma è costruito come tale. Lo Stato guadagna gradualmente terreno. Mentre noi ci priviamo, in questo modo, di una capacità a immaginare un’altra configurazione possibile. Oggi le nostre modalità di azione, il nostro rapporto al tempo, la nostra narrazione del potere funzionano in modo paradossale: nel momento stesso in cui ci costituiamo come soggetto politico, ci costituiamo come soggetto dominato dal sistema del potere e dallo Stato. Questo spiega la ripetizione dei nostri fallimenti. Ispirazione Di fronte a una constatazione simile si potrebbe essere disperati. Non lo credo. Prima di tutto perché essere lucidi è molto meno deprimente che mentire a se stessi, stagnare e ripetere eternamente gli stessi errori. Ma anche e soprattutto perché la sperimentazione di nuovi modi d’azione politica non rileva dell’utopia. Al contrario: nell’attualità recente sono esistite delle intersezioni che potevano servirci come fonte d’ispirazione per reinventarci come soggetti politici. Una parte importante della teoria contemporanea concentra la sua attenzione sulle grandi e importanti mobilitazioni popolari come Occupy, gli Indignados o le primavere arabe. Ma ci si può chiedere se questa attenzione non porti a ratificare tutto quello che c’è di più tradizionale dal punto di vista politico, in termini di scenografia, di forme di azione, di categorie (il “Noi”, il “Popolo”, il “Collettivo”). Per questa ragione credo che sia forse possibile ridefinire la nostra vita politica ispirandosi ad altri esempi: penso ai gesti di Snowden, di Assange e di Manning, alle lotte contro la sorveglianza, alle fughe di WikiLeaks, ecc. Non sto sostenendo che questi modi di azione debbano essere elevati a modelli. Dobbiamo utilizzarli come strumenti per reinventare un’arte generale della non subordinazione, per re-imparare a batterci in tutti gli ambiti (economici, sessuali, urbani, ecc.). Cosa c’è in fondo di potente nelle vite di Snowden, Assange e Manning? Hanno istaurato una rottura con le regole imposte del gioco politico. Sono andati più in là in una forma di autonomia politica, in un’invenzione di se stessi al di fuori dei quadri prescritti. Hanno, prima di tutto, modificato il tempo politico: hanno preso lo Stato alla sprovvista. La contestazione è arrivata da dove lo Stato non se l’aspettava. I lanciatori d’allerta sono degli insider, dei conformisti, degli individui integrati nelle istituzioni e non degli outsiders o dei contestatari tradizionali. Snowden, Assange et Manning hanno anche imposto la loro agenda. Hanno posto delle questioni che lo Stato non voleva sollevare, che voleva perfino nascondere. Hanno agito, finalmente, secondo delle modalità che destabilizzano la democrazia liberale: si può menzionare il ruolo dell’anonimato, che è una maniera di rifiutare il carattere pubblico della politica, l’identificazione del soggetto dissidente e che mette in questione il funzionamento tradizionale dello spazio pubblico. Si può pensare ai gesti di sedizione di Snowden e di Assange, come a una volontà di sfuggire non solo al sistema penale ma anche alle appartenenze imposte e all’idea secondo cui dobbiamo sempre, in ultima istanza, riconoscere il diritto che lo Stato si conferisce, di giudicare le nostre azioni politiche e la loro legalità. Se vogliamo uscire dalla nostra impotenza politica e far emergere una nuova mentalità, credo che dovremmo assumere queste attività come fonti d’ispirazione. Non è certamente la sola strada. Ma una, e importante. Perché il nostro obiettivo deve coincidere con l’essere capaci di fare, in tutti gli ambiti, come loro: mettere lo Stato in situazione di de-possessione rispetto a noi e forzarlo a reagire a ciò che noi decidiamo di fare; inventare una pratica di resistenza che non riceviamo dalla storia ma che noi diamo a noi stessi – e che non sia più unicamente oppositiva ed espressiva, ma anche inventiva e attiva. In sintesi, elaborare una pratica politica autonoma – e, a partire da qui, perfino potente ed effettiva.

Geoffroy de Lagasnerie è filosofo e sociologo. Insegna all’Ecole Nationale Supérieure d’artsdi Parigi-Cergy. È autore di Logique de la création (Fayard, 2011), La Dernière leçon de Michel Foucault (Fayard, 2012), L’Art de la révolte, Snowden, Assange, Manning (Fayard, 2015), Juger (Fayard, 2016)

Testo originale: http://bibliobs.nouvelobs.com/idees/20160219.OBS4979/pour-sortir-de-notre-impuissance-politique.html

Partecipiamo al Percorso Partecipato?

Nell’ambito del Percorso Partecipato sul destino dell’Ospedale di Mirandola e, più in generale, su quello della Sanità della Bassa Modenese, il prossimo 29 Marzo si terrà a Cavezzo il primo dei quattro incontri programmati con la popolazione.
Nel frattempo il Tecnico di Garanzia della Partecipazione, da Bologna, ha confermato che
“Tale progetto non ha ottenuto il finanziamento regionale e pertanto, come correttamente affermato nella risposta dell’Unione Comuni Modenesi Area Nord (prot.3451 cl 2.3 del 10.02.2016) al Consigliere Ascari, il percorso partecipativo in oggetto è svincolato nei modi e nei tempi rispetto alla proposta presentata nel bando regionale.
In altre parole non esistono regole certe e, soprattutto non è chiaro se i cittadini in questo giochino abbiano solo il ruolo di spettatori o se possano in qualche modo influire sulle scelte di Regione e AUSL.
Dato che la salute è la nostra pensiamo sia giusto partecipare alle occasioni di confronto che ci vengono offerte, ma andarci preparati.
Pertanto, insieme agli altri soggetti protagonisti del Referendum di Mirandola e della Raccolta Firme per l’Ospedale, organizzeremo a breve una assemblea informativa per i cittadini di tutta l’Area Nord, cui sarebbe importante partecipiate numerosi.
A prestissimo ulteriori informazioni, per cui …
stay tuned.

Comitato SISMA.12   e    Comitato Referendario di Cavezzo

La Commisione Parlamentare si è espressa.

Ricordate quando, ad ottobre dell’anno scorso, siamo stati invitati per una audizione dalla Commissione Parlamentare per la Semplificazione nell’ambito della indagine conoscitiva sulle “semplificazioni possibili nel superamento delle emergenze”? Mbè, ha terminato i suoi lavori e presenterà il documento conclusivo a Roma, alla fine di questo mese di Marzo.

Di seguito vi diamo un piccolo stralcio delle conclusioni.

“… La ricostruzione delle disposizioni vigenti e la nuova cornice normativa prospettata nel paragrafo precedente evidenziano la disorganicità, la frammentarietà, la stratificazione e l’episodicità delle disposizioni vigenti, che risultano palesi pur avendo escluso dalla ricognizione gli interventi normativi di volta in volta emanati in presenza delle singole calamità naturali. Tali difetti assumono maggiore gravità in quanto incidono su cittadini già colpiti duramente dalle calamità, che devono affrontare labirintici percorsi anche per le cose più ovvie e di immediata importanza…”

In realtà, per quelli che ci seguono assiduamente non c’è molto di nuovo, tranne una cosa: che queste considerazioni non vengono da un comitato di “semplici” cittadini, ipercritici e anche un po’ gufi (come direbbe Renzie) ma da un consesso ben più blasonato.

Chissà se, a questo punto, a Bologna la smetteranno di atteggiarsi a fenomeni e torneranno coi piedi per terra.

Referendum Trivelle: un appuntamento da non mancare

Il referendum del 17 Aprile è importantissimo perché, anche se si tratta di un quesito specifico e parziale, rispetto a quanto richiesto originariamente, è l’UNICO STRUMENTO di cui disponiamo come cittadini per dire la nostra sulla Strategia Energetica nazionale che da Monti a Renzi resta l’emblema dell’offesa ai territori, alle loro prerogative, alla stessa Costituzione italiana.

Lo sanno bene le centinaia di comitati e di associazioni, i comitati che lottano contro le piattaforme a mare, così come contro la Tap, contro le centinaia di chilometri di tubi delle reti di gas su faglie sismiche, contro centrali e pozzi di stoccaggio che provocano sismicità indotta per decreto ministeriale, contro le raffinerie che emettono sostanze nocive, contro i depositi di stoccaggio a rischio di incidente rilevante e di inquinamento della falda; lo sanno i produttori ortofrutticoli, gli allevatori, così come le reti per l’opzione Combustione Zero Rifiuti Zero. Se alle centinaia di associazioni a carattere nazionale si sono aggiunti i comitati No Tav della Val di Susa, così come il Forum nazionale per l’Acqua Pubblica, la Confederazione Cobas, la Fiom, non è certo in virtù di una squallida operazione di sommatoria aritmetica delle piccole convenienze locali”.

Un primo risultato è già stato ottenuto: “Soltanto fino a poche settimane fa sarebbe stato azzardare immaginare che, dopo la pioggia di richieste di permessi, alcune compagnie potessero abbandonare il campo”. E adesso “è un fatto che il governo ha dovuto emanare un apposito decreto di azzeramento per il permesso in Adriatico “Ombrina mare due” della Rockhopper, una delle più discusse e controverse concessioni a mare, che nonostante ripetute mobilitazioni di massa, ricorsi, leggi regionali, sembrava ineluttabilmente in fase di avvio operativo.

Insomma: il 17 Aprile abbiamo la possibilità di dire forte e chiaro che vogliamo riprenderci i diritti che piano piano e in nome dell’Europa, questi Governi ci stanno sottraendo. Non lasciamocela scappare.