Votare turandosi il naso non è più una virtù.

Una pratica, insieme a quella del “voto utile”, alla quale i cittadini italiani sono avvezzi da decenni ma che oggi, con la tanto auspicata scomparsa delle “ideologie” e l’affermazione di un sostanziale pensiero unico che, di fatto, declassa i partiti a comitati di affari e i cittadini a “dispensatori di consenso”, non ha più ragione di esistere.
E, infatti, in queste Regionali, due emiliani su tre non sono andati a votare.
Disaffezione? Probabilmente c’è di più.

In questa tornata elettorale è andato in scena l’ennesimo confronto tra un sistema sempre più autoreferenziale e ripiegato su se stesso, convinto che negare l’esistenza dei problemi sia il modo migliore per risolverli, e i cittadini, ancora non sufficientemente in grado di organizzare concretamente il proprio disagio e scontento, espressi ancora come “astensione”, che, in realtà, significano rifiuto di questa classe politica e degli organismi da questa plasmati per assicurarsi una comoda sopravvivenza.

Due cittadini su tre non sono andati a votare ma, intanto, nascono sempre più frequentemente quei “comitatini” tanto sgraditi a Renzie che, man mano, stanno evolvendo dalla ricerca di una soluzione tecnica per un problema specifico ad una proposta più complessiva; quella di una struttura sociale in cui la parola democrazia abbia un senso compiuto.

E con questo, che non è esattamente un “fatto secondario”, Renzie e il PD dovranno farci presto i conti, e con loro tutti gli altri partiti, anche quelli che oggi hanno ottenuto un risultato elettorale positivo facendo leva su un razzismo facile e un po’ miope i cui assertori si accontentano di negare diritti agli “altri” invece che rivendicarne per se.

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